Google sta lavorando a un protocollo di rete progettato per accelerare il caricamento delle pagine Web e, potenzialmente, prendere il posto di HTTP. Si chiama SPDY, nome derivato dalla parola inglese Speedy e non dalle iniziali di una specifica espressione. L’obiettivo è intervenire sul modo in cui browser e server comunicano, riducendo i tempi necessari per trasferire i contenuti online.
La tecnologia non è però soltanto un progetto teorico. Al momento SPDY viene già utilizzato dal browser Chrome, è presente nella versione beta di Firefox 13 e può essere adottato anche lato server attraverso un modulo per Apache. Google sembra quindi intenzionata a trasformare una soluzione sperimentale in una possibile alternativa completa all’attuale protocollo HTTP.
Il tema è rilevante soprattutto perché la velocità di navigazione dipende non soltanto dalla connessione disponibile, ma anche dall’efficienza del protocollo che gestisce lo scambio di dati. Un sistema più rapido può rendere più reattive le pagine e migliorare la navigazione sia da computer sia da dispositivi mobili.
SPDY nasce per ridurre i tempi di caricamento
HTTP è il protocollo alla base della comunicazione tra browser e server Web. Ogni volta che si apre una pagina, il browser deve richiedere e ricevere una serie di risorse, come il documento principale e gli elementi necessari per visualizzarlo. SPDY è stato sviluppato da Google proprio per rendere questo processo più veloce, con l’intento di ottimizzare il trasferimento delle informazioni.
La differenza non riguarda quindi soltanto la velocità nominale della rete. Il protocollo mira a migliorare l’efficienza della comunicazione, un aspetto particolarmente importante quando la connessione presenta limiti o quando i contenuti devono essere caricati attraverso reti mobili. In questo senso, SPDY si inserisce nella strategia di Google orientata a ridurre il più possibile l’attesa percepita dagli utenti.
Nei test sul Galaxy Nexus il caricamento è più rapido del 23%
Secondo le informazioni diffuse da Google, le pagine Web caricate su un Galaxy Nexus attraverso il nuovo protocollo risultano in media più veloci del 23 per cento rispetto all’utilizzo della soluzione tradizionale. Il dato si riferisce quindi a uno scenario mobile e mostra quale potrebbe essere uno dei principali ambiti di applicazione di SPDY.
Un miglioramento di questo tipo può avere effetti concreti durante la navigazione quotidiana. Tempi inferiori per visualizzare una pagina significano meno attese, una maggiore reattività del browser e un’esperienza più fluida quando si utilizzano servizi online da smartphone. Il risultato, tuttavia, dipende dal contesto di utilizzo: la velocità effettiva è legata anche alla rete e al supporto disponibile sul dispositivo e sul server.
Il possibile vantaggio sulle reti 3G e 4G
Google ritiene che SPDY possa essere ulteriormente ottimizzato sulle reti mobili, comprese le connessioni 3G UMTS e 4G LTE. Queste infrastrutture possono offrire prestazioni differenti rispetto a una connessione fissa e, proprio per questo, beneficiano di strumenti capaci di rendere più efficiente lo scambio dei dati.
Il riferimento alle reti 3G e 4G sottolinea il ruolo che il protocollo potrebbe avere nella diffusione della navigazione mobile. Se l’ottimizzazione fosse confermata anche in scenari diversi da quello del Galaxy Nexus, SPDY potrebbe contribuire a rendere più rapidi i servizi Web utilizzati in mobilità. Si tratta di una possibilità legata alle caratteristiche della rete e all’adozione del protocollo, non di un risultato automaticamente garantito per ogni dispositivo.
Dal supporto nei browser alla possibile sostituzione di HTTP
La presenza di SPDY in Chrome, nella beta di Firefox 13 e come modulo per Apache indica che Google sta cercando di costruire una base compatibile sia sul lato client sia su quello server. Per funzionare in modo esteso, infatti, un protocollo di questo tipo deve essere riconosciuto dai browser e supportato dai sistemi che ospitano i siti Web.
Il passaggio da HTTP a SPDY non sarebbe quindi una semplice modifica software applicata a un singolo prodotto. Richiederebbe un’adozione progressiva da parte dei diversi componenti dell’ecosistema Internet. Il fatto che Google abbia avviato un percorso di standardizzazione va letto proprio in questa prospettiva: il protocollo dovrà essere discusso e reso adatto a un utilizzo più ampio prima di poter diventare una reale alternativa allo standard esistente.
Per ora non è possibile dire che HTTP sia già destinato a scomparire. La notizia mostra però la direzione intrapresa da Google e la volontà di intervenire su uno degli elementi fondamentali della navigazione online. Se SPDY dovesse ottenere un’adozione sufficiente e mantenere i vantaggi indicati nei test, in futuro potrebbe modificare il modo in cui browser e server gestiscono il caricamento delle pagine, con benefici soprattutto per gli utenti delle reti mobili.