Un report pubblicato dai ricercatori di TrustWave SpiderLabs ha riportato alla luce una vasta raccolta di credenziali di accesso sottratte agli utenti di numerosi servizi online. Nel materiale analizzato erano presenti informazioni relative a Facebook, Twitter, LinkedIn e ai servizi Google, oltre ad altri siti web.

Secondo il rapporto, il volume complessivo dei dati raccolti e archiviati arrivava a circa 2 milioni di password. All’interno di questo insieme erano presenti oltre 1,5 milioni di combinazioni formate da username e password utilizzate per effettuare l’accesso a diversi servizi. La notizia richiama l’attenzione non soltanto sul possibile furto delle credenziali, ma anche sulle abitudini ancora troppo poco prudenti nella scelta delle password.

Facebook è il servizio più rappresentato nel materiale analizzato

La distribuzione delle credenziali non era uniforme tra le diverse piattaforme. Facebook risultava il servizio maggiormente coinvolto, con 318.121 account presenti nella raccolta. Seguivano Yahoo!, con 59.549 credenziali, Google con 54.437, Twitter con 21.708 e LinkedIn con 8.490.

I numeri indicati si riferiscono alle credenziali associate ai singoli servizi e rappresentano soltanto una parte del materiale complessivamente raccolto. Il rapporto, infatti, parlava di oltre 1,5 milioni di username e password impiegati per accedere a vari siti web, mentre il totale dell’archivio arrivava a circa 2 milioni di password. Non si trattava quindi necessariamente di un unico attacco rivolto a una sola piattaforma, ma di una raccolta ampia e riferita a più servizi.

La password più utilizzata era ancora “123456”

Tra gli elementi più significativi emersi dall’analisi c’era la scelta delle password. La combinazione “123456” risultava la più diffusa, con 15.820 account che la utilizzavano. Si tratta di una sequenza estremamente semplice da indovinare e, proprio per questo, inadatta a proteggere un account personale, soprattutto quando viene utilizzata per servizi che contengono dati personali, contatti, messaggi o informazioni associate ad altri account.

La presenza così frequente di una password prevedibile aumenta il rischio di accessi non autorizzati. Una credenziale ottenuta da un criminale può infatti essere provata su più servizi, in particolare quando gli utenti riutilizzano la stessa combinazione per Facebook, posta elettronica, social network e altri siti. Anche senza ulteriori dettagli sul singolo account, la diffusione di password semplici mostra quanto la sicurezza dipenda da una scelta di base spesso sottovalutata.

Come potrebbero essere state sottratte le credenziali

Al momento della pubblicazione del report non era ancora chiaro in che modo fossero state raccolte tutte le informazioni. I ricercatori ritenevano probabile la presenza di keylogger sui computer infetti oppure l’utilizzo di tecniche di phishing. Si tratta di due modalità differenti, ma entrambe possono portare alla cattura dei dati inseriti dagli utenti durante l’accesso.

Un keylogger è un programma capace di registrare i tasti premuti sulla tastiera. Se installato su un computer compromesso, può quindi intercettare username e password mentre vengono digitati e inviare successivamente queste informazioni a chi controlla il malware. Il phishing, invece, punta a ingannare l’utente attraverso pagine o messaggi apparentemente legittimi, inducendolo a inserire le proprie credenziali in un sito controllato dagli aggressori.

Il riferimento a queste due ipotesi è importante perché non indica necessariamente una violazione diretta dei server di Facebook, Google, Twitter, LinkedIn o Yahoo!. Le credenziali potrebbero essere state ottenute dai dispositivi degli utenti oppure attraverso pagine contraffatte. La fonte non forniva però elementi sufficienti per stabilire con certezza l’origine di ogni singolo dato.

Perché il riutilizzo delle password aumenta i rischi

Una raccolta di queste dimensioni può diventare particolarmente pericolosa quando le persone utilizzano la stessa password su più piattaforme. In questo scenario, l’accesso a un account può offrire un punto di partenza per tentare di entrare anche in altri servizi associati allo stesso utente. Il problema non riguarda quindi soltanto il profilo Facebook eventualmente coinvolto, ma l’intera identità digitale della persona.

La vicenda evidenzia anche l’importanza di prestare attenzione ai messaggi che richiedono un accesso urgente, alle pagine con indirizzi sospetti e ai programmi installati sul computer. Una password semplice come “123456” rende più facile il lavoro di chi tenta di indovinare le credenziali, mentre l’inserimento dei dati in una pagina falsa può consegnarli direttamente agli aggressori.

Il report di TrustWave SpiderLabs restituisce così un quadro preoccupante: milioni di password erano state raccolte e archiviate, con Facebook tra i servizi più rappresentati e una sequenza elementare come “123456” utilizzata da migliaia di account. La notizia conferma quanto la protezione degli account non dipenda soltanto dalla sicurezza delle piattaforme, ma anche dalla capacità degli utenti di scegliere credenziali meno prevedibili e di riconoscere i tentativi di sottrazione dei dati.